Che oggi la scuola italiana sia multietnica è un dato certo e, con la necessità di una immigrazione programmata per compensare la nostra natalità – la più bassa del mondo – lo sarà sempre di più. Pare tuttavia che la consapevolezza di questa situazione sia molto scarsa sia nella classe politica attualmente al governo sia nell’opinione pubblica. Ne è un segnale la recente polemica sulla celebrazione delle festività islamiche.

Premesso che la scuola pubblica dovrebbe essere rigorosamente laica (ma ciò richiederebbe una revisione dei Patti Lateranensi), il problema delle festività religiose differenziate potrebbe intanto essere risolto con una modifica del calendario scolastico che avrebbe – festività religiose a parte – anche altre conseguenze positive. Con questo obiettivo è iniziata una raccolta di firme dell’associazione umanitaria We World ( https://www.weworld.it/ ). Questi i dati di partenza e gli obiettivi.

Con 200 giorni di lezione, il nostro calendario è il più lungo d’Europa (insieme con la Danimarca) e vanta due primati infelici:

–       la pausa estiva più lunga (insieme con Lettonia e Malta).  Le 14 settimane di pausa estiva nascevano per permettere ai bambini e alle bambine di aiutare i genitori a raccogliere il grano nei campi.

–       uno dei sistemi più stressanti del mondo. Gli eccessivi carichi di lavoro concentrati nello stesso periodo di tempo, comportano effetti negativi sul rendimento scolastico e sul benessere psicofisico;

Intervenire sulla scuola – a partire da una rimodulazione del calendario scolastico perché diventi più attuale e didatticamente utile – non è più rimandabile perché il peso di questo squilibrio va soprattutto a discapito di bambine e bambini vulnerabili e delle loro famiglie.

La lunga pausa scolastica moltiplica le disuguaglianze, favorisce la perdita di competenze cognitive e relazionali e scoraggia la conciliazione tra vita quotidiana e lavoro per tanti genitori costretti a destreggiarsi tra campi estivi costosissimi e mancanza di alternative a prezzi ridotti.

Al ritorno dalle “vacanze”, un periodo in cui non tutti i bambini e le bambine hanno la possibilità di partecipare alle stesse attività ricreative e di socializzazione, la situazione non migliora. Il calendario settimanale può infatti variare molto da scuola a scuola, privando le scolaresche di preziose opportunità educative. Al Sud, meno di 2 studenti e studentesse della scuola primaria su 10 accedono al tempo pieno a scuola. Al Nord sono quasi 5 su 10.

I periodi di vacanza, così come i pomeriggi passati a svolgere attività ludico-ricreative, sono un’occasione per consolidare e accrescere conoscenze e competenze (partecipando ad attività sociali, sportive, culturali ecc.). Ma in Italia, quasi la metà delle famiglie con più di un figlio non può permettersi le vacanze estive, che non solo rappresentano un’occasione di svago, ma anche un’esperienza educativa a tutto tondo. Lo stesso vale per altre attività ludiche pomeridiane (Openpolis, 2021). Allo stato attuale delle cose, dunque, molti ragazzi/e si vedono privati di opportunità di crescita fondamentali, il che rischia di accrescere ulteriormente le disuguaglianze.

Secondo la cosiddetta “teoria del rubinetto”, durante l’anno scolastico, studenti e studentesse possono attingere alle risorse che il “rubinetto” della scuola mette a disposizione, a prescindere dal loro contesto di provenienza. Ma quando la scuola chiude, al pomeriggio o in estate, le cose cambiano. Pensiamo solo al servizio mensa, fondamentale nel garantire un pasto completo e nutriente e nell’offrire occasioni di socialità. In Italia quasi 6 studenti e studentesse su 10 (58%) delle scuole primarie statali non beneficiano di alcun servizio mensa. Al Sud, sono quasi 8 studenti e studentesse su 10 (79%) mentre nel Centro-Nord, sono più di 4 su 10 (46%) (Svimez, 2022).

Il fenomeno della perdita di competenze durante l’estate è noto. Diversi studi dimostrano che mesi interi di nozioni acquisite durante l’anno svaniscono, e ciò è vero soprattutto per studenti che provengono da famiglie meno abbienti e istruite (Stewart et al., 2018). Tale perdita ha un effetto cumulativo sui risultati futuri, andando ad aumentare il divario educativo e le probabilità di abbandono tra ragazzi/e provenienti da contesti svantaggiati, ma anche per bambini/e con disabilità o con disturbi specifici dell’apprendimento. Ma è soprattutto durante l’anno scolastico che il tempo scuola incide sulle competenze. Quello italiano, oltre ad essere il più denso d’Europa, è anche quello con più ore di lezione, ma non sempre a più ore di lezione corrispondono maggiori apprendimenti. Più della metà gli studenti e studentesse, infatti, dichiarano di sentirsi nervosi mentre studiano, rispetto alla media OCSE del 37%.

Costruire nuovi luoghi educativi è sempre più necessario: una scuola che dispone soltanto delle aule, dove tradizionalmente si tengono le lezioni, non è idonea a ospitare il tempo pieno. Servono spazi polivalenti (possibilmente molto colorati, come consigliava già trent’anni fa il grande designer Gaetano Pesce), mense, laboratori, cortili, luoghi in cui sperimentare una didattica diversa, in cui ragazzi/e possano stare insieme e consolidare le competenze cognitive, integrandole con attività extra-cognitive. In un Paese dove 5 scuole su 10 non possiedono un certificato di agibilità interventi di ripensamento e nuova progettazione dell’edilizia scolastica non sono più rimandabili.

Occorre ripensare la didattica intrecciando educazione formale e informale: nelle scuole aperte mattina e pomeriggio si potrebbero realizzare più intrecci e scambi tra apprendimenti formali e informali, contando anche su collaborazioni con operatori del terzo settore e del volontariato sociale. Non si tratta solo di allungare il tempo scuola, ma di ripensare con flessibilità e intelligenza l’intera offerta formativa di una scuola aperta al territorio. Si potrebbero introdurre, infatti, accanto allo studio, proposte varie, anche opzionali, che valorizzino la conoscenza di sé e del mondo attraverso attività espressive come la musica, le arti plastiche, il teatro e la produzione di video, alimentando l’aspetto culturale e di ricerca di linguaggi largamente praticati dai più giovani. Coinvolgere agenzie educative diverse dalla scuola, che quindi non richiedono un ulteriore lavoro da parte di insegnanti, consentirebbe di offrire attività ludiche e ricreative radicate sul territorio, il che è particolarmente importante per chi proviene da contesti economico-sociali svantaggiati.

(rielaborazione da We World)