La Mediazione come fattore di umanizzazione – Reuven Feuerstein

Reuven Feuerstein, La Mediazione come fattore di umanizzazione, lectio magistralis in occasione della Laurea honoris causa in Scienze della Formazione, Università di Torino, 29 ottobre 1999

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Reuven Feuerstein Torino
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    Magnifico Rettore, Preside della Facoltà di Scienze della Formazione, Prof. Giorgio Chiosso Docente di Pedagogia generale, Membri del Senato accademico, rispettabilissimo pubblico

    È con grande umiltà che mi pongo davanti alla vostra stimata presenza per ringraziarvi dell’onore che avete concesso a me, alla mia famiglia – qui rappresentata dalla mia amata moglie che mi ha accompagnato in questa solenne cerimonia -, ai miei colleghi la cui collaborazione mi ha permesso di essere considerato degno di ricevere la Laurea Honoris Causa e, non certo per ultimo, ai miei cari amici italiani i quali, lavorando sulla mia  teoria e sui miei programmi, hanno aiutato migliaia di giovani e di adulti a raggiungere più alti livelli di avanzamento nell’acquisizione delle proprie capacità funzionali e per conseguenza di disporre di una più alta qualità della vita.  Sento doveroso esprimere la mia particolare gratitudine alla signora Sandra Damnotti, alla signora Michela Minuto, alla Dr. Maria Majno della Fondazione Mariani e a molti altri qui presenti che hanno dedicato il loro impegno in quello stesso mio lavoro di cui oggi mi si onora.  E, ancora, desidero manifestare la mia gratitudine al prof. Chiosso la cui Laudatio ha portato un profondo, illuminante contributo sull’opera pedagogica che ho portato avanti nel corso della mia vita e che qui cercherò brevemente di illustrare.  

    L’esperienza dell’apprendimento mediato come fattore di umanizzazione

    La teoria della modificabilità strutturale cognitiva (MSC) postula l’unicità delle caratteristiche che appartengono all’essere umano e che si manifestano nell’inclinazione espressa dal suo organismo di modificare sè stesso attraverso un atto di volontà, in una condizione di consapevolezza.  Ciò si riflette sia nella necessità sia nella coscienza della possibilità di essere trasformati.  Per lungo tempo, la modificabilità dell’essere umano è stata considerata in una forma di estrema limitatezza.  Le ragioni di tali restrizioni sono molte e di varia natura: come questione di implicita o esplicita politica sociale (si veda ad esempio Herrnstein e Murray, The Bell Curve, 1994), come conseguenza di un desiderio scientifico di creare una fondante e prevedibile tecnologia di stabilizzazione, e in virtù di altre, diverse concettualizzazioni teoriche su differenti premesse filosofiche e di sviluppo comportamentale.  Ne consegue che molti scienziati behavioristi – psicologi e sociologi – continuano a considerare l’essere umano e il suo comportamento modale come fortemente determinato dalle condizioni cromosomiche e genetiche, e la variante che resta per quanto attiene agli effetti dell’influenza ambientale è stabilita in una percentuale che non eccede il 15-25% dell’esito globale.  

    Gli studi che sostengono ipotesi di fissità dei peculiari tratti umani – indirizzate all’intelligenza, al carattere e alla personalità, oppure alla psicopatologia – hanno opposto una forte resistenza al concetto dell’umana modificabilità.  Ebbene, i dati fondamentali che hanno costituito la fonte di questa rigidità disciplinare sono stati frantumati numerose volte da studi empirici, ricerche psicologiche e dalla mancanza di credibilità che infine ad essi si deve attribuire quando li si osserva attentamente, in profondità e con ponderazione (cfr. Kamin, The Politics of the QI). 

    L’idea della modificabilità, così com’è postulata, si basa su tre fonti principali. La prima riguarda la concezione dell’intelligenza come uno stato e non come un tratto distintivo. Gli stati sono per definizione saldamente dipendenti dalle condizioni organiche e dall’ambiente d’influenza in cui essi si manifestano e, per necessità, implicano la trasformazione come aspetto centrale della loro natura.

    La seconda assume a sé la considerazione che abbiamo dell’essere umano come il prodotto di una doppia ontogenia: quella biologica che guarda all’individuo come una comunità di cellule interagenti tra di loro e parimenti con l’ambiente circostante; tuttavia, ciò che rende l’individuo un essere umano come tale è l’interazione sociale e culturale che lo sospinge nella relazione di parola e di pensiero interagente con i suoi simili, e questa è l’ontogenia sociale. Essa crea quelle tensioni che possono modificare le condizioni biologiche dell’individuo, poiché il fattore sociale (che si riflette nell’esperienza culturale) può agire in modo estremamente significativo sulle condizioni biologiche dell’organismo. La terza fonte in favore del postulato della modificabilità proviene dai recenti sviluppi che sono avvenuti nel campo della neurologia, per il fatto di considerare il cervello umano altamente sensibile alla modalità dell’interazione che si dà tra l’organismo e il suo ambiente socio-culturale e di essere da questo fortemente influenzato. Il cervello non impara meno dall’esperienza che compie l’organismo nel suo interagire con il mondo circostante di quanto esso non determini la natura dell’esperienza medesima. Oggigiorno sappiamo che il cervello cresce, si sviluppa e modifica la sua struttura attraverso questa tipologia di esperienza (cfr. Diamond e Hopson, 1998).

    A seguito di questi tre elementi, il nodo cruciale del problema si pone in questi termini: “Qual è la natura dell’esperienza socio-culturale che è comprovata essere così dominante da determinare la natura stessa dell’essere umano, vale a dire della sua modificabilità? “. La risposta a questa domanda va rivolta a quegli elementi centrali della nostra tesi che abbiamo qui esposto. È nostra intenzione suffragare ciò che rende gli esseri umani capaci di appropriarsi delle più importanti caratteristiche delle loro esperienze umane: la loro plasticità, flessibilità e pronta disponibilità al mutamento al fine di arricchire la loro struttura cognitiva; e nel creare, eventualmente, nuove modalità nel pensiero e nell’azione, nell’acquisizione del proprio io e del mondo esterno, risiede appunto nella qualità dell’interazione che appartiene unitamente all’esperienza umana. Ci riferiamo a questa qualità di interazione come esperienza di apprendimento mediato (EAM).

    Le osservazioni che l’etologia ha prodotto riguardo allo sviluppo dell’apprendimento animale mettono in rilievo il relativo limitato ammontare dei mutamenti che avvengono all’interno del repertorio dei comportamenti nel mondo animale, e altresì il basso grado di variazione e di cambiamento che non pertiene soltanto al corso della vita di un animale ma di molte generazioni.  La domanda che ci si pone ora riguarda il fatto che queste mutazioni nel repertorio del comportamento siano così limitate a confronto di quelle a cui è sottoposto l’essere umano, presenti in uno stadio di costante cambiamento e sviluppo.  Dobbiamo, su questo punto, riflettere sulle differenze peculiari della struttura del cervello dell’uomo, sulle diverse caratteristiche fisiche della sua neurologia, ma ciò che dobbiamo comunque considerare è il fatto che l’essere umano è l’unico organismo vivente che ha scoperto i mezzi per trasmettere l’esperienza del presente alle future generazioni, in un modo decisamente efficace.  Le modalità della comunicazione mediante le quali ha luogo questa processo di trasmissione sono molteplici e differenziate come lo sono i tanti linguaggi che esistono nel mondo. 

    Le modalità per il cui mezzo gli esseri umani possono essere disponibili il passato alla generazione del presente, attraverso manufatti e molti altri tipi di strumenti, attraverso la conservazione delle reliquie, attraverso ciò che rimane degli aspetti dell’esistenza, altrettanti modi di convogliare un’intenzionalità che non può affatto ritenersi un caso fortuito dell’esperienza. Ognuna di queste reliquie diventa una fonte di conoscenza del passato, registrata e riconosciuta nel suo valore significativo per la generazione seguente, e ciò è soltanto dell’essere umano. L’esibizione dell’intenzionalità di trasmettere esperienza alla generazione successiva si riscontra molto raramente nel regno animale. Quando tali mutamenti si avverano, sono ampiamente limitati al livello cromosomico e genetico e sono trasmessi in modo ereditario. L’essere umano, oltre al sistema cro- mosomico, possiede l’addizionale modalità del linguaggio di trasmissione che gli proviene dall’interattivo prisma socio-culturale dell’esperienza.

    Il fatto stesso della propensione umana a fungere da generatore dell’informazione che dovrà essere trasmessa, da propulsore di valori culturali il cui rilievo dovrà essere posto in luce per la generazione seguente, come pure il grado di intenzionalità che soggiace al processo della trasmissione culturale, abilitano l’organismo umano a beneficiare dell’interazione.  L’essere umano non parte da dove sono partiti i suoi progenitori, ma da un punto terminale, che è ricco di valori culturali e presuppone la continuità dell’esperienza (tecnologica, dei valori emotivi, ecc.).  In questo processo di trasmissione, che si produce in vari modi, consideriamo la componente dell’esperienza di apprendimento mediato come non soltanto atta a dotare l’individuo di quelle informazioni che siano state prodotte o sperimentate direttamente, poiché provengono dal passato, ma anche influenzabile dal processo di trasmissione culturale per la misura in cui rende l’individuo più aperto nei confronti della sua esperienza diretta. 

    L’EAM è un frammento (quantunque sensibile e critico) di una estesissima corrente di trasmissione culturale la quale, però, non raggiunge la totalità degli individui. Non tutti riescono ad utilizzare l’EAM nell’acculturarsi, e non tutti coloro che vivono all’interno di una cultura traggono benefici da essa. Non tutto ciò che pertiene alla cultura può possedere il carattere della mediazione. L’EAM è uno degli strumenti più efficienti che siano disponibili all’interno di una cultura, conseguente al potenziale interattivo che si manifesta tra i partecipanti al momento di far convergere la trasmissione. In maniera diversa dalla concettualizzazione di Vygotsky (1978), noi non intendiamo tutti gli aspetti dell’esperienza come mediazionali, piuttosto richiediamo che vi siano qualità significative nella modalità dell’interazione al fine di rendere valida la mediazione. Ci riferiamo a quelle peculiari caratteristiche (si veda più avanti) che devono essere sistematicamente immesse nell’interazione. Quando questa qualità dell’EAM si produce all’interno dell’operazione interattiva, essa influenza chi apprende nella direzione di un miglioramento della sua capacità di beneficiare della trasmissione di cultura.

    Abbiamo potuto constatare grandi differenze nell’abilità degli individui di giovarsi della trasmissione culturale.  Alcuni sono in grado di usufruirne estesamente, mentre altri soltanto in maniera limitata.  A nostro giudizio, coloro che non traggono sufficiente beneficio sono gli stessi che hanno tratto poco profitto dall’esperienza di apprendimento mediato, e, dunque, hanno appreso solo valori molto limitati dalla cultura alla quale essi sono stati esposti.  In simili circostanze, anche una prolungata e forte esposizione non permette loro di essere trasformati dalla cultura.  Tali individui utilizzano la cultura, sono inseriti in un alveo culturale, ma, poiché non sono in grado di modificare se stessi, sono incapaci di divenire generatori attivi di nuove informazioni e sono relegati a subire il ruolo di partecipanti passivi alla vita sociale.  L’EAM aiuta gli individui ad andare oltre la cultura già prodotta e sistematizzata, a muovere verso altre forme di apprendimento e di produzione culturale. 

    Dunque, possiamo definire l’EAM come la qualità dell’interazione che si dà tra l’organismo e il mondo circostante e che si produce quando un adulto, nelle vesti di un iniziato, di un essere umano la cui intenzionalità è quella di interporsi tra il mondo, che è fonte di stimoli contenenti trasmissione culturale come parte del proprio repertorio di interazioni, e l’individuo beneficiario, al fine di mediare per quest’ultimo i messaggi che provengono da quello stesso mondo suscitatore di stimoli. La mediazione si realizza attraverso l’interpretazione delle sequenze in cui appaiono gli stimoli, i tipi di legame, l’organizzazione e la relazione esistenti tra i vari stimoli a cui è esposto chi apprende. Il mediatore li registra per colui che possiede una relativamente ristretta fascia di esperienze, li trasmette a quest’ultimo in modo da riflettere un’intenzionalità che si focalizza sulle aspettative, sul modo di raggiungerle, su come unirle l’una all’altra e renderle significative alla luce dell’esperienza che egli ha avuto in passato. Tale mediazione fornisce all’individuo non soltanto un repertorio di conoscenze e di esperienze, ma anche le modalità con cui gli stimoli sono percepiti, acquisiti ed elaborati singolarmente e nel loro insieme, e in tal modo essa crea le condizioni perché si produca quella plasticità nell’individuo che gli permetta di modificarsi coscientemente a seguito della sua esposizione agli stimoli che gli vengono presentati.

    La differenza tra l’essere semplicemente esposto all’universo culturale che si è trasmesso nel corso delle generazioni, così come si può dedurre dall’impostazione metodologica di carattere storico-filosofico di Vygotsky e di altri, ed il concetto di EAM, risiede  nel fatto che l’adulto iniziato, e forte della sua intenzionalità, non soltanto trasmette gli stimoli a chi apprende, ma allo stesso tempo li fa percepire sotto una particolare luce atta a creare nell’individuo quegli strumenti che lo spingono al cambiamento;  inoltre, questa ha coscienza della trasformazione a cui va incontro nella misura in cui egli fa esperienza degli stimoli, sostenuto dal processo mediazionale, e diviene flessibile nel confrontarsi con nuove esperienze, nell’acquisire nuove strutture. 

    L’esperienza dell’apprendimento mediato, così come abbiamo cercato di illustrare, è, naturalmente, una parte soltanto del grande flusso in cui scorre la trasmissione culturale che si manifesta nei processi dell’educazione.  Senonché, come fattore di questa processualità comunicativa, essa possiede un carattere e un ruolo del tutto particolari che potenziano il farsi della trasmissione culturale, sia dal punto di vista della sua diretta disponibilità sia per il suo significativo valore che assume nei confronti del soggetto investito.  Chi non ha usufruito dell’EAM come elemento portante della qualificazione personale che si trova all’interazione tra sé e il mondo circostante, è certamente in grado di utilizzare ciò che la sua cultura epocale mette a sua disposizione, ma, in tale circostanza, non si dà scambio significativo che possa far sorgere nell’individuo un qualche aspetto reale che preluda ad un mutamento.  L’utilizzo puramente passivo di quanto la cultura offre, se non si coniuga con la progettualità del pensiero e dell’attività di elaborazione, produce un effetto decisamente modesto sulle potenzialità che convergono verso la modificazione dell’individuo. 

    In ultima analisi, l’EAM può dunque considerarsi come il fattore responsabile della plasticità e della flessibilità dell’essere umano, in grado di dotare l’individuo dell’attitudine a non praticare passivamente ciò che la cultura sa offrire in un dato momento  storico, ma può stimolarlo positivamente ad andare più in là dell’accettazione passiva di un puro incameramento degli elementi di conoscenza;  essa è altresì un generatore dell’universo culturale, il produttore di nuove informazioni e di nuovi elementi che pertengono all’ordine culturale.

     I tre fattori fondamentali che stabiliscono il ruolo dell’EAM nella trasmissione di cultura si riconoscono nei parametri dell’intenzionalità/reciproca, nella trascendenza e nella mediazione del significato.  L’intenzionalità e la reciprocità assicurano che l’interazione sia progettuale e direzionata dall’azione di un mediatore il cui compito è quello di selezionare, concentrare, elaborare e migliorare ciò che va inteso come il nucleo centrale della mediazione.

    La trascendenza è il dato qualitativo che induce al superamento dell’esperienza estemporanea, saldando gli stimoli e le conseguenti interazioni in vista di più ampie mete comunicative da raggiungere, nella ricerca di relazioni, scopi finalizzati e altre generalizzazioni che distanziano da quanto viene sperimentato spontaneamente nell’immediatezza dello scambio interattivo.  La mediazione degli elementi di significato suscita nell’individuo il rilievo e l’importanza che vanno assegnati agli stimoli accolti e infonde nelle esperienze che si incontrano il valore e il singolare risalto (coinvolgenti sia l’operatore di mediazione sia il soggetto impegnato nell’attività di apprendimento) relativi alle oggettività e agli eventi che costituiscono il fulcro della mediazione. 

    Altre interazioni mediazionali sono provocate da altrettanti specifici parametri “situazionali” o “periodali”, e cioè: la regolazione e il controllo comportamentale; la mediazione della sensibilità di competenza; la condivisione degli aspetti attitudinali; la differenziazione e l’individualizzazione psicologica; la ricerca / progettazione/raggiungimento delle mete comportamentali; la mediazione, l’originalità e il grado di complessità dell’impresa pedagogica; la mediazione dell’automodificazione; le alternative ottimiste e il senso di appartenenza.

    Di tutti i parametri dell’EAM, i primi tre che abbiamo elencato sono responsabili del fatto che la natura universale dell’essere umano sia da intendersi come organismo del tutto modificabile.  Le altre dimensioni mediazionali hanno il compito di diversificare l’esperienza umana e sono altrettanti elementi necessari a potenziare in massimo grado l’EAM nel corso della sua attuazione. L’EAM può così sintetizzarsi come la qualità che definisce la natura di un individuo, in ciò che egli realmente consiste. Gli elementi emozionali, sociali e cognitivi, che l’individuo acquisisce in conseguenza del suo incontro con i valori culturali, lo influenzano significativamente – per il modo in cui egli interagisce con il mondo circostante.

    Senza l’apporto dell’EAM l’essere umano soffre la limitatezza degli effetti che l’universo della cultura può esercitare su di lui. La nostra sfida è di far sì che l’EAM – offerta dagli operatori sociali siano essi appartenenti alla sfera della famiglia sia a quella dell’istruzione – diventi veramente un prodotto concreto, ma che assuma altresì il ruolo promotore di un senso di responsabilità nei confronti della generazione che verrà. La mancanza di una volontà e di una esigenza di mediare può sotto molti aspetti, provocare la caduta di interesse e di impegno che sono cardini sui quali appunto questa generazione nuova andrà a costituire la propria società rinnovata.

    Archivio Università di Torino | Bliblioteca ICSEM

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